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Il mio corpo non sono io

Quella che sto per raccontarvi è una storia che si dia il caso essere anche la mia storia personale, di come, dopo tanti anni di mal sopportazione, io e il mio corpo siamo riusciti non dico a piacerci, ma quanto meno a smettere di litigare.

Ho sofferto di disturbi alimentari per dodici anni. Di quel periodo ricordo un grande dolore derivante dalla percezione del mio corpo. L’ho sempre considerato un corpo inutile, brutto, un peso di cui liberarsi, un ospite non gradito della mia vita, una punizione immeritata che mal sopportavo, la fonte di tutti i miei mali. Sono arrivata al punto di coprire gli specchi con delle lenzuola, per non rischiare di vedermici riflessa, quando passavo.

Ma proprio da quell’episodio di grande sofferenza ho ricevuto un regalo bellissimo, una consapevolezza nuova che ha stravolto completamente il mio modo di vivere il corpo. E’ successo che stavo ancora nel pieno dei deliri alimentari, in uno dei cicli di terapia per venirne fuori, e la mia terapeuta, stufa di sentirmi blaterare lamentele tutte uguali su quanto ingiusta fosse stata la vita a dotarmi di un corpo così, mi mise davanti agli occhi un quadro. Rappresentava una donna, appena accennata da pochi tratti di matita, nuda, un corpo deforme buttato in un angolo, come il mio. Rimasi incantata a guardare l’intensità di quel ritratto, e cominciai a piangere. In quel corpo non solo avevo visto me stessa, ma per la prima volta, avevo compreso come qualcosa di così brutto potesse trasformarsi in qualcosa di così potente ed espressivo, come l’arte.

Mi è bastata quella scintilla perché il dubbio si installasse: e se non fosse davvero così? E se tutto quello che mi hanno sempre raccontato sul mio corpo non fosse vero? Se non fosse reale tutto il dolore che il corpo generava nella mia vita? Così ho cominciato a osservare i corpi più da vicino. Il mio, e quello degli altri. Più osservavo e più mi rendevo conto che se quanto meno io avevo un dato oggettivo che giustificava le menate – il grasso – negli anni ho conosciuto tantissime donne che soffrivano tanto quanto soffrivo io, anche se apparentemente, il loro corpo adempiva a tutti gli standard imposti dalla società. Corpi belli, sani, tonici. Come quello di Eleonora, una delle mie migliori amiche di sempre, che mi ha voluto accanto per andare a scegliere il suo abito di matrimonio. Siamo finite al mercato di Grosseto, nel retro di un furgone, a provare abiti di seconda mano del costo medio di 30 euro. Era bellissima. Si è provata questo abito semplicissimo e avvolgente, un pizzo unico dalla testa ai piedi, e appena si è girata verso di me ho cominciato a piangere, e lei si è girata verso lo specchio e ha cominciato a piangere, e si sa quello che si dice no? Se ti commuove è lui, è l’abito giusto per te. Solo che Eleonora non stava piangendo per la commozione. Stava piangendo perché sapeva che una volta tornata a casa, sua madre le avrebbe fatto notare come l’abito fosse bellissimo, peccato che quel culone…

Tutto questo mi ha portato a una conclusione: non viviamo quasi mai la realtà dei nostri corpi, ma viviamo le storie che ci raccontiamo, o che altri ci buttano addosso. Sei grasso, sei brutto, sei inadeguato. La reazione che noi decidiamo di avere, determina quasi sempre la realtà che viviamo. C’è chi si nasconde, c’è chi si espone, c’è chi piange nel suo abito da sposa e chi va dal chirurgo plastico a modificare ciò che mal sopporta. Ma non è la realtà dei nostri corpi a farci soffrire, molto più spesso è il racconto che ne facciamo.

Personalmente ho deciso di provare a scendere dalla giostrina infernale del “stabilisco il mio valore in base a come appaio”, e ho deciso di scenderci definitivamente quando, dopo più di 28 anni di impeccabile servizio, senza il ben che minimo acciacco fisico, con buona pace dell’incredulità del mio medico di base, il mio corpo ha mostrato la sua prima crepa, e l’ha fatto rimettendoci un ginocchio, in maniera piuttosto seria, tanto da richiedere l’intervento di un chirurgo. Il chirurgo non aveva dubbi “signorina, lei, con quel corpo lì, mi mette in una brutta posizione”. Era proprio convinto di riuscire a far passare il mio incidente come “un’usura per un peso esagerato”, ma non ha mai saputo rispondere al perché si fosse usurata solo una delle due ginocchia. Ma forse sono io che sono asimmetricamente grassa…

Perché se sei tonico e sportivo e ci rimetti un ginocchio, il tuo è un rischio del mestiere, ma se nello stesso incidente a rimetterci un ginocchio è una persona grassa, allora la sua è una colpa. E in entrambi i casi non stiamo parlando della realtà oggettiva, dei fatti realmente accaduti, ma dello storytelling che è più logico costruirci. In ogni caso non la pensava così il mio corpo, che non solo è uscito dall’ospedale in meno di 24 ore, e senza l’ausilio di stampelle, ma si è anche rimesso in piedi a tempi record. La riabilitazione comunque, è stato un tempo che mi ha permesso di rallentare e stare molto più attenta a quello che il corpo aveva bisogno e voglia di fare, giorno dopo giorno.

E’ stato così che pochi mesi dopo mi sono ritrovata sulla duna di sabbia più grande d’Europa, ad Arcachon, a strapiombo sull’oceano. Ci sono arrivata dopo circa 700 km percorsi in bicicletta, lungo il canal du Midi. Non avevo mai visto l’oceano. Il mare sì, ma l’oceano mai. Ero in cima a questa duna immensa e vedevo questa tavola blu che davvero non se ne vedeva la fine, e l’unica cosa che riuscivo a pensare era non avevo mai toccato l’acqua dell’oceano, e che volevo tantissimo toccare l’acqua dell’oceano che non avevo mai toccato.

La mia testa diceva che non era il caso, che ero grossa, che il ginocchio non si era ancora rimesso, che faceva caldo, e poi la salita mi sarei dovuta spogliare, che altrimenti sarei svenuta, e poi gli altri mi avrebbero lasciato indietro, e arrivare per ultimi – se sei grasso – è un’onta che è difficile ignorare, e poi davvero, signora mia, non era il caso di togliersi la maglietta. Ma il mio corpo niente, lui ne era sicuro e aveva preso a pulsare dalla voglia: voleva affondare nella sabbia, passo dopo passo, rotolare a valle fino ad arrivare a toccare l’acqua dell’oceano che non avevo mai toccato prima di quel giorno.

E’ stato così che a 29 anni, dopo 29 anni di sei pigra, sei grassa, non ti muovi abbastanza, dovresti muoverti di più, dovresti mangiare di meno, dovresti vestirti in maniera diversa,  dovresti metterti a dieta, lo diciamo per il tuo bene, è per la tua salute, e un altro gazzilione di consigli non richiesti, ho capito che per quanto brutto il mio corpo apparisse, ai miei occhi e a quelli degli altri, era comunque vivo, e sapeva creare la stessa bellezza e meraviglia che avevo visto quel giorno, in quel quadro.

Se la storia che vi ho raccontato ha una morale, probabilmente è proprio questa: non siamo noi a scrivere la storia del nostro corpo, e nemmeno qualcun altro, non importa quanto bene ci conosca o quanto bianco sia il camice che indossa. Non è quello il nostro ruolo. Il nostro compito è creare abbastanza spazio perché i nostri corpi possano esprimersi al riparo dalle nostre paure, dai nostri pregiudizi e dalle nostre incomprensioni, e allora cose inimmaginabili accadono.

Grazie.