Io ti odio perchè mi hai fatto odiare me stessa.

22 aprile 2016/Boolimia/15 min. read

La prima volta che decisi di andare in terapia, scelsi una sessione di gruppo più o meno vicino a casa. Era una roba di più giorni, su argomenti vari. Il primo problema da affrontare, una volta arrivata, fu capire dove sedermi. In una situazione come quella, dove una sala viene allestita con una folla di sedie anonime e senza amici né parenti che ti accompagnino, la scelta del posto da occupare ricade su alcuni fattori fondamentali, quali la grandezza della sala, che ne determinerà l’acustica, la vicinanza o meno di vie di fuga, un po’ come in aereo, e il grado di scioltezza e timidezza intrinseca del soggetto. Fu così che finii in penultima fila, seduta tra una colonna che mi oscurava tre quarti di stanza e una una signora oltre la cinquantina dal viso un po’ spento. Volevo andare sul sicuro.

Il seminario me l’aveva consigliato la mia amica Zelinda, una sera in cui, per ore, avevamo parlato di tutto ed un po’, come solo nelle migliori serate accade. Oh, ma l’hai visto che figo il nuovo ragazzo nella sezione tenori? No, non ricordo come si chiama, però gli occhi me li ricordo. Non dirlo a me, ero al parco con le amiche, mi squilla il telefono ed indovina chi ha avuto la faccia tosta di farsi sentire dopo quattro mesi? Robe da matti. Ieri son salita sulla bilancia per la prima volta in due anni. Peso cento chili, Zelì.

La grandiosa idea di tornare nuovamente a pesarmi dopo così tanti anni di beata ignoranza me l’aveva data un amico, tale Gianluca Maria Edoardo, mentre stavamo facendo una passeggiata in riva al lago dopo il lavoro. “Mbeh? Cosa vuoi fare? Vuoi allargarti ancora un po’ o ti fermi?” mi chiese, dimostrando di avere coraggio nell’affrontare una donna in sindrome premestruale su questioni riguardanti la sua estetica. Con la delicatezza di un ippopotamo ubriaco, per di più. Ma la sua dichiarazione spontanea, accompagnata dal candore ed il sorriso sincero che lo rendono, a tutti gli effetti, immune da qualsiasi tipo di incazzatura, bastarono ad insinuare dentro di me il dubbio: è così evidente il problema? Tutta la fatica che ho fatto in questi anni per camuffarlo, inutile? Ma sopratutto, perché me ne parla come se avessi una possibilità di scelta, in tutto ciò?

Il giorno dopo, a piedi nudi sulla bilancia, telefonai alla mia amica Zelinda per trovare supporto morale in quella che era la situazione che non avrei voluto vivere mai; due giorni dopo, sul pavimento di camera sua, me ne stavo acciambellata ad elaborare il lutto per la mia dignità ed una strategia per cambiare le cose. Me ne tornai a casa con le idee molto confuse, un libro da leggere di un tizio francese che non conoscevo, e la proposta di partecipare ad un seminario di un altro tizio francese che, a quanto pare, era formidabile nel trovare terapie rapide per risolvere i traumi più disparati; parola di Zelinda. Il sospetto che quella non fosse una grande idea mi sarebbe dovuto venire allora, quando notai l’alta concentrazione di popolazione francofona nella conversazione; che io e la Francia avevamo un conto aperto e mai saldato dalla prima media, età in cui mi obbligarono a studiare la sua lingua a scuola, al posto delle ore di teatro a cui volevo tanto partecipare. Di arte non si campa, mi dissero e dovetti aspettare ancora qualche anno prima di poter dare sfogo alle mie velleità artistiche. Nè il francese né il teatro si rivelarono una grande idea, ma questo lo scoprii solo troppo tardi.

Dopo i primi cinque minuti volevo andarmene. Ma andarmene sul serio. Il mio non era semplice imbarazzo da non l’ho mai fatto non conosco nessuno e comunque forse non ne ho così tanto bisogno, è che il tizio che avrebbe dovuto guarirci era davvero davvero DAVVERO fuori di testa. La dinamica era molto semplice: lui, che si supponeva essere quello più in sagoma di tutti, ascoltava il tuo problema e ti diceva come uscirne. Ma il più delle volte lo faceva parlando con dei pupazzi. Aveva una scatola contenente burattini di varie forme e dimensioni che estraeva a seconda di chi gli si sedeva accanto, poi metteva in piedi teatrini con tanto di vocine personalizzate che ripercorrevano le tue vicende. Uno dei burattini eri tu, non tu nel senso di tu che stai leggendo, ma tu nel senso di chiunque fosse pazzo abbastanza da decidere di sedersi accanto a lui dopo averlo visto far dire ad una zebra “Non aver paura, non ho mai mangiato nessuno, fino ad ora.” Il secondo giorno, la mia vivace compagna di colonna, la signora sulla cinquantina, lasciò la stanza in lacrime dopo che lui l’aveva rimandata al posto perché non aveva trovato il tempo per il viaggio a Parigi che gli aveva promesso di fare. Apparentemente non voleva perdere tempo con persone che non avevano voglia di guarire. Il terzo giorno, dopo aver assistito al più grande concentrato di follia della mia vita ed esserne stata evidentemente contagiata, smisi di fare scarabocchi sul taccuino e mi andai a sedere di fianco a lui: le trecento euro spese per il w-end furono un incentivo abbastanza forte per superare la diffidenza ed entrare nello spirito della condivisione.

Restammo così per un gran pezzo; lui non parlava ed io non sapevo che dirgli, che dopo i problemi di cuore della casalinga disperata prima di me, mi sembrava quasi di essere fuori luogo. Lo guardai negli occhi, e la mia temperatura corporea salì a livelli preoccupanti. Smisi di guardarlo. Allora guardai il pubblico. Le persone intorno a noi erano incantate, ci fissavano, non ce n’era uno distratto, e io volevo tornare a nascondermi all’ombra della mia amica colonna. Valutai l’opzione di togliermi la giacca, ma poi mi venne in mente l’argomento che ero venuta a trattare, e tutti gli occhi che avevo puntati addosso, e ci ripensai su. Stavo scomoda. Avevo caldo. Il tizio non parlava. Quando capii che la situazione non si sarebbe sbloccata se non per mano mia, mi feci coraggio.

“Io credo di avere dei problemi con il cibo.”

Era un po’ l’eufemismo dell’anno, ma ci erano voluti cinque minuti buoni per arrivare a quella sintesi illuminante, se la sarebbe fatta andare bene.

“La mamma come sta?” mi chiese.

La mamma? Mia mamma?

“Bene” risposi.

Alla metà della prima e ero già sciolta in una pozza di lacrime che, ancora oggi, non vi so spiegare. Io, con i miei razionalissimi pensieri, io che non mi sono fatta incantare mai, da nessuna televendita e nemmeno dalla compagna di classe che millantava parenti famosi che, a sentir lei, albergavano sovente a casa sua. Fui l’unica a non cascare nei suoi teatrini dell’illusione, l’unica a portare a avanti lo stendardo del buonsenso nonostante tutti. Gli bastarono tre parole per incantarmi, ed ero posseduta, in balia di una specie di paralisi da nuova verità che si sta affacciando sulla soglia della coscienza; limpida, lampante, urlante, come fosse sempre stata lì. Una parola. Bene. E all’improvviso mi sembrò di non essere stata bene mai.

“Benissimo, vedo. E con la sorella?”

“Bene. E’ in giro per il mondo da un po’, non è che ci parliamo tanto. Però anche con lei bene.”

Praticamente non riuscivo a parlare da quanto stavo singhiozzando. Mi ero buttata in quell’esperienza pensando di trovare non-so-nemmeno-io-bene-cosa, ma di sicuro fino a qualche ora prima vivevo in una famiglia la cui noia rasentava quella della Mulino Bianco; ed erano bastate due domande, alle quali avevo risposto già una miriade di volte nella mia vita, per rendermi conto che col cazzo che andava tutto bene. A posteriori pensai fosse un mago, anche se, a ben guardare, forse fu grazie alle mie espressioni facciali incredule che non usò pupazzetti, con me. Mi chiese di scegliere una persona tra quelle presenti; mi chiese di scegliere mia madre. Avrei dovuto parlarle, dirle quello che non riuscivo a dirle da un po’. Sempre che prima fossi riuscita a smettere di piangere, la qual cosa, a quel punto, non avrei dato per scontato. Continuavo a guardare negli occhi mia madre, o chi per essa, incredula per tutto quello che stava succedendo, senza riuscire a proferir parola né a sintetizzare pensiero. Ma di una cosa ero certa: mi sentivo profondamente ferita. Sola. Tradita. Ero completamente disorientata, perché non avevo mai provato niente di tutto ciò per lei, e davvero non sapevo da dove provenisse tutto quel dolore. Guardavo negli occhi mia madre e ci vedevo dentro la stessa tristezza che avevo io nel cuore. Fu a quel punto che mi arrabbiai, perché non aveva il diritto di essere triste, non dopo che mi aveva fatto sentire come mi ero sentita io per metà della mia vita. Fu a quel punto che glielo dissi, con un filo di voce, come tutte le cose veramente importanti della vita:

“Io ti odio perchè mi hai fatto odiare me stessa”

Smisi di piangere. Rividi pezzi della mia vita illuminarmi la coscienza come dei flash che non avevano niente né prima né dopo: accendevano la luce in stanza in cui non passavo l’aspirapolvere da un po’ e veloci come si erano illuminati, si spegnavano, lasciando me sempre più nello sgomento. Erano memorie d’infanzia che non sapevo nemmeno di aver conservato. Rividi me, da bambina, a giocare da sola in un angolo con le bambole, a ricoprire il ruolo della figlia che non sai neanche di averla perché è così che mamma è felice. Rividi me, sempre bambina, che venivo rimproverata quando non mi pettinavo nel modo giusto, non mi vestivo nel modo giusto o non mi curavo nel modo giusto. Rividi le prediche, nei giochi sul muretto dietro casa, quando tentava di insegnarmi a leggere in maniera scorrevole, quando tentava di insegnarmi a contare con i regoli, quando tentava di farmi diventare più brava, o almeno brava quanto lei. Rividi la delusione dipinta sul suo volto ogni volta che fallivo, ogni volta in cui mi guardava nel piatto e ci trovava dentro qualcosa da disapprovare, ogni volta che non dimostravo alcun interesse per gli sport, come invece avrebbe dovuto essere. Rividi tutte le occasioni perse per colpa della mia paura atavica di essere rifiutata, dopo che lei mi aveva rifiutato come figlia, in quanto me, in quanto non lei. Rividi la persona che mi aveva fatto diventare, piena di insicurezze e con più lati da nascondere in quanto indegni che da mostrare con orgoglio, alla costante ricerca di qualcun altro da incarnare; e ciò che vidi non mi piacque neanche un po’.

“Guarda il lato positivo” sentii la voce del tizio pazzo dietro di me, “con tutte le lacrime che stai versando di sicuro vai a  casa dimagrita”

Risi. Risi di gusto. Risero tutti, perché quell’intromissione aveva spezzato il turbine emotivo-distruttivo in cui mi ero infilata per cinque minuti buoni della mia vita. Non fece nient’altro. Non sarei stata comunque in condizioni per farlo. Andai al posto che mi sentivo montata al contrario, con l’occhio pallato e crisi di pianto che risalivano in gola ogni cinque minuti. Fu solo tre giorni dopo, nella calma ritrovata, ripensandoci, che realizzai come, nel frullatore emotivo in cui mi ero andata a cacciare, mi fossi lasciata sfuggire un particolare di non poco conto.

io ti odio perchè mi hai fatto odiare me stessa

Io non gli avevo mai detto di avere una sorella.

“Non avere paura. Non ho mai mangiato nessuno, fino ad adesso.”#boolimia

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